Poi la vidi in piedi sulla soglia di casa mia. “Mi chiamo Tiffany”, disse, giocherellando nervosamente con le dita.
Mi ha spiegato di essere la figlia della donna la cui auto aveva oltrepassato la linea di mezzeria e si era schiantata contro la mia, la madre che non era sopravvissuta nonostante interventi chirurgici e lunghe notti in terapia intensiva.
Tiffany aveva trascorso quelle serate vagando per i corridoi dell’ospedale, incapace di affrontare il ritorno a casa da sola, e vedermi lottare le aveva dato la speranza che anche sua madre potesse sopravvivere.
Poi mi mise qualcosa in mano: una collana, quella di mia nonna, quella che credevo persa per sempre nell’incidente. L’aveva ritrovata e custodita con cura, temendo che potesse scomparire.
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